Dell’antico Egitto spesso ricordiamo i nomi più luminosi, quelli che sembrano dominare da soli l’immaginario collettivo: faraoni che hanno lasciato templi immensi, statue colossali o tombe colme di oro e mistero.

Eppure la storia di una civiltà non è fatta soltanto di figure leggendarie. Esistono sovrani meno immediatamente riconoscibili, ma decisivi nel cambiare il destino del loro tempo. Faraoni che non si limitano a incarnare il potere, ma lo trasformano… Tra questi c’è Thutmose III.

In questi giorni, mentre preparo la visita alla grande mostra dedicata all’antico Egitto alle Scuderie del Quirinale, mi sono ritrovata a pensare proprio a lui. Non soltanto al faraone conquistatore che gli storici descrivono come uno dei più grandi condottieri della storia egizia, ma all’uomo che per anni visse nell’ombra del potere.

Perché la storia di Thutmose III non comincia con una vittoria. Comincia con una lunga attesa. Per ventidue anni fu faraone, ma senza governare davvero. Il potere apparteneva alla sua matrigna, la straordinaria Hatshepsut, una donna che ebbe l’intelligenza e la forza di assumere pienamente il titolo di sovrano in un mondo dominato dagli uomini.

Il suo regno fu lungo e stabile anche perché godeva dell’appoggio di uno dei poteri più influenti dell’Egitto: il clero del dio Amon, la divinità principale venerata nella città di Tebe. I sacerdoti del suo grande tempio nel complesso monumentale di Karnak non erano soltanto guide religiose. Possedevano terre, ricchezze e un’enorme influenza politica. Avere il loro sostegno significava avere dalla propria parte una delle colonne del potere egizio.

Così, mentre Hatshepsut governava e costruiva templi che ancora oggi raccontano la sua grandezza, accanto a lei cresceva un giovane faraone destinato a qualcosa di diverso.

Non sappiamo molto dei suoi pensieri in quegli anni, ma possiamo immaginarne il carattere osservando ciò che accadde dopo. Thutmose III non fu un uomo che si precipitò a reclamare il potere con impazienza.

Attese. E mentre attendeva imparava. Imparava a conoscere l’esercito, le frontiere dell’Egitto, i territori instabili del Levante dove città e principi cambiavano alleanza con sorprendente rapidità. Era un giovane sovrano che passava più tempo con i soldati e gli strateghi che nei palazzi cerimoniali.

La morte di Hatshepsut segnò la fine di un’epoca.

Per più di vent’anni il giovane Thutmose III era rimasto accanto al trono senza possederlo davvero, spettatore di un potere che portava il suo nome ma non la sua volontà. Eppure quell’attesa non fu tempo perduto. Quando finalmente il trono rimase nelle sue mani, non era più un ragazzo. Era un sovrano pronto a cambiare il destino dell’Egitto.

Gli storici lo avrebbero poi chiamato il “Napoleone dell’antico Egitto”. Il paragone non è casuale. Durante il suo lungo regno guidò numerose campagne militari che portarono l’esercito egizio ben oltre i confini tradizionali del Nilo. Le sue spedizioni si spinsero dalla Nubia verso sud fino alle regioni siro-palestinesi e oltre, arrivando fino al grande fiume Eufrate.

Non si trattava soltanto di conquiste militari. Quelle campagne avevano un significato politico ed economico profondo: garantire tributi, controllare le rotte commerciali e riaffermare il ruolo dell’Egitto come potenza dominante nel Mediterraneo orientale. Quando finalmente il potere fu interamente nelle sue mani, Thutmose III non rimase a lungo nei palazzi.

Il suo posto era altrove.

Era tra i soldati, nelle carovane che attraversavano il deserto, nei lunghi spostamenti dell’esercito verso le città ribelli del Levante. Le cronache egizie ce lo descrivono come un uomo fisicamente forte, abile con l’arco, appassionato di caccia e di guerra. Probabilmente, come spesso accade nelle iscrizioni dei faraoni, c’è una parte di esagerazione. Ma qualcosa di vero doveva esserci.

Thutmose III non fu un sovrano che delegava le battaglie ai generali. Era un comandante che guidava il suo esercito. E quando arrivò il momento di affrontare la grande ribellione delle città siro-palestinesi, il faraone fece una scelta che avrebbe definito il suo carattere. Una scelta rischiosa: davanti a lui si aprivano tre strade per raggiungere la città ribelle di Megiddo. Due erano sicure, larghe e consigliate dai suoi generali. La terza era stretta, pericolosa, quasi una trappola. Thutmose III scelse proprio quella. La vittoria che seguì consolidò il dominio egizio sulla regione e segnò uno dei momenti più importanti dell’espansione imperiale dell’Egitto.

Le cronache di quella campagna sono state incise sulle pareti del tempio di Karnak, e costituiscono ancora oggi una delle testimonianze più affascinanti della guerra nel mondo antico.

Ma forse ciò che rende davvero interessante la figura di Thutmose III non è soltanto la sua abilità militare. È la sua consapevolezza del tempo. Come molti faraoni egizi, capì che il potere non vive soltanto nelle vittorie ma nella memoria. Per questo fece incidere nei templi il racconto delle sue imprese: città conquistate, tributi ricevuti, popoli sottomessi. Non erano semplici decorazioni religiose. Erano una storia scolpita nella pietra.

Il suo regno durò oltre cinquant’anni. Costruì monumenti, ampliò templi e lasciò tracce della sua presenza in molti luoghi dell’Egitto. La sua tomba si trova nella Valle dei Re, la valle dove riposano molti sovrani del Nuovo Regno. Ed è forse proprio lì che si comprende davvero il senso della civiltà egizia. Per i faraoni governare non significava soltanto vivere il presente. Significava assicurarsi di essere ricordati.

Forse è proprio questo il segreto dell’antico Egitto. Non soltanto la grandezza dei suoi sovrani, ma la loro capacità di trasformare il potere in memoria e la memoria in qualcosa che continua ad attraversare i secoli.

Ed è con questa curiosità che nei prossimi giorni entrerò nelle sale della mostra dedicata ai tesori dell’Egitto antico alle Scuderie del Quirinale. Dopotutto è proprio con l’antico Egitto che ho scoperto il mio amore per la storia. E forse è per questo che ogni volta che incontro quei volti scolpiti nella pietra mi sembra di ascoltare ancora una voce che attraversa i millenni.

“La gloria è fugace, ma l’oscurità è per sempre.”
— Napoleone Bonaparte

Se l’antico Egitto vi affascina quanto affascina me, potete continuare il viaggio leggendo anche il mio articolo dedicato a Ramesses II e alla sua straordinaria storia d’amore con Nefertari.


Una risposta a “Thutmose III: l’attesa di un faraone”

  1. Avatar Valentina Botrugno
    Valentina Botrugno

    Prova che la Storia è ciclica, la vita di Thutmose III ci dimostra che le competenze si acquisiscono col tempo e, a volte, la vita ci sorprende portando a compimento il nostro destino solo nel momento in cui siamo realmente pronti. Mi ha colpito molto anche l’episodio sulla scelta delle strade da perseguire. Articolo molto suggestivo. Complimenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *