La storia della regina per cui un faraone fece costruire un tempio. Non per la politica, ma per amore.

Ci sono amori che si scoprono da adulti, e altri che scelgono noi molto prima. Il mio per la storia nasce così: davanti all’Antico Egitto. Prima di Anna Bolena, Napoleone o dei Borgia… prima di tutto, c’è stato lui. Quel mondo di pietra, silenzio e colori impossibili che sembrano illuminarsi da soli.
Ricordo la prima volta che vidi le immagini della tomba di Nefertari: quel blu profondo, quelle linee così delicate da sembrare respirare, il rosso vivo che nessun altro popolo ha mai saputo rendere così eterno. Avevo la sensazione che lei fosse ancora lì, a un passo. Forse è per questo che, nei giorni scorsi, mi sono ritrovata a guardare tutti i video dell’inaugurazione del nuovo Museo del Cairo. Le luci, le statue, l’orchestra… come se una parte di me stesse tornando a casa. E forse è per questo che non vedo l’ora di andare a Roma per la mostra alle Scuderie del Quirinale: non per vedere oggetti antichi, ma per tornare nel luogo da cui è nata la mia passione.
In questo viaggio personale nell’Egitto, c’è una storia che da sempre sento più vicina di tutte: la storia d’amore tra Ramses II e Nefertari. Un amore che non volle essere racconto, ma pietra. Non parola, ma tempio.
Nefertari non era una donna silenziosa né decorativa. Era colta, elegante, abile nella diplomazia; parlava con i sovrani stranieri, scriveva, leggeva — cosa rarissima per una donna dell’epoca, anche d’alto rango. Accompagnò persino Ramses in alcune campagne militari, gesto che di per sé basta a dire quanto fosse considerata.
Non fu la “grande donna dietro al grande uomo”: fu una Grande Donna accanto a un Grande Uomo. Il rispetto che Ramses nutriva per lei non era simbolico: era concreto, quotidiano, evidente in ogni iscrizione che li raffigura fianco a fianco, alla stessa altezza, con la stessa dignità. E questo rispetto — insieme all’amore — prese forma nel deserto, nel luogo che nessuna regina aveva mai ricevuto: un tempio tutto per sé, ai piedi delle colossali statue del faraone.

Ad Abu Simbel, Ramses dedicò a Nefertari un tempio che porta ancora il suo nome, un tempio che la rappresenta alta quanto lui, cosa che nessuna regina ottenne prima o dopo. Quando il sole lo illumina, la pietra diventa oro. Ed è impossibile non pensare che quell’oro sia il colore della devozione che Ramses volle rendere eterna.
Le pareti del tempio, però, non bastavano. Così nella Valle delle Regine, la tomba di Nefertari divenne un altro atto d’amore: la “Cappella Sistina dell’Egitto”, dove i colori non sono mai morti. Ogni parete sembra raccontare un gesto, un respiro, un passo della regina nell’aldilà. È come se i pittori avessero provato a restituirle ciò che la vita le aveva tolto troppo presto. Nefertari morì giovane. Ramses visse più di sessant’anni sul trono, ma nessuna delle sue altre mogli riuscì a cancellare il posto che lei aveva lasciato. Il suo nome continua ad apparire, come un’eco che accompagna le imprese del faraone anche dopo che non poteva più essergli accanto.
E questo dice tutto: l’amore non vive solo nella presenza. Vive nella memoria, nella mancanza, nelle cose che restano.
Per capire la grandezza di questa storia, bisogna ricordare chi fosse Ramses II: il faraone che regnò più a lungo, il costruttore instancabile, il sovrano la cui impronta è ancora visibile in ogni parte dell’Egitto. Un uomo che lasciò al mondo città, templi, obelischi, leggi, e un intero regno fiorente. E accanto a questo gigante c’era Nefertari: una donna capace di starci accanto senza esserne oscurata, anzi, brillando con una luce propria.
Forse è per questo che Ramses volle concludere la loro storia con parole che non si limitò a pronunciare: le fece scolpire. Sulla pietra del tempio dedicato alla sua regina lasciò incisi versi che nessun’altra donna leggerà mai più in un simile contesto:
“Unica, amata senza rivali, la più bella del reame… ammirala. È come scintillante stella all’inizio di un felice anno.”
E allora sì, la storia di Ramses e Nefertari non è una storia d’amore antica. È un promemoria: che esistono amori tanto grandi da meritare un tempio. E che, a volte, due anime non si cercano per completarsi, ma per camminare insieme nella stessa luce.
Se ti appassiona il racconto di grandi amori e grandi destini, puoi leggere anche il mio articolo su Napoleone: l’esilio come rinascita.

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