Ci sono città che si fanno ricordare subito, quasi con prepotenza. E poi ce ne sono altre che scelgono un’altra strada: non cercano di colpirti, ma di restarti addosso piano, senza che tu te ne accorga davvero. Parma, per me, è stata così. Non è stata una città da “guardare”, ma da attraversare. C’era qualcosa nella sua eleganza composta, nei suoi ritmi quasi trattenuti, che sembrava non voler disturbare, ma accompagnare. Camminavo senza fretta, lasciandomi guidare più da una sensazione che da un itinerario preciso, anche se, in realtà, una meta c’era.
Ero diretta alla Galleria Nazionale.
C’era un motivo preciso per entrarci, un nome che mi aveva portata fin lì, un’attesa che avevo costruito già prima di arrivare: Leonardo da Vinci.
Ma a volte succede qualcosa che non avevi previsto.
In fondo a un corridoio, ancora distante, ho visto una statua. Non ne coglievo i dettagli, non sapevo ancora davvero cosa stessi guardando, eppure era già presente. Non si imponeva, ma occupava lo spazio in un modo che chiedeva silenzio, quasi rispetto. E il silenzio, in effetti, c’era davvero. Non un silenzio vuoto, ma pieno, di quelli che accompagnano i passi e li rendono più lenti senza bisogno di pensarci. Camminando verso quella figura, mi sono accorta che tutto intorno si stava facendo più leggero, come se la sala stessa si ritraesse per lasciare spazio a quell’incontro.
Più mi avvicinavo, più cambiava. Da forma lontana diventava presenza, qualcosa che non stavo più semplicemente osservando, ma incontrando. E a un certo punto mi sono fermata, senza nemmeno decidere di farlo.
In quell’istante Parma è sparita.
Davanti a me non c’era più una città, ma il marmo. Eppure non sembrava pietra.
Era Antonio Canova… O meglio, era ciò che di lui resta quando tutto il resto viene meno.
La statua di Maria Luigia d’Austria non è solo una statua. Non si limita a rappresentare una figura, ma restituisce una presenza, qualcosa che sembra esistere in equilibrio tra immobilità e vita. La luce scivola sulla superficie senza incontrare resistenza, le forme sono così morbide da sembrare cedevoli, e per un attimo viene quasi spontaneo chiedersi se sia davvero marmo o qualcosa che lo imita.
Ed è proprio lì che si comincia a intuire l’uomo.


Perché spiegare chi sia davvero Antonio Canova non è così semplice come definirlo uno scultore neoclassico. È corretto, certo, ma non basta.
Canova non si limita a lavorare il marmo. In un certo senso, lo mette in discussione.
Il suo processo è lento, costruito per avvicinarsi progressivamente a qualcosa che non è mai immediato. Parte dallo schizzo, passa alla creta, poi al gesso, attraversando fasi che non sono solo tecniche, ma veri e propri tentativi. È come se ogni passaggio servisse a togliere qualcosa, a eliminare il superfluo, fino a lasciare emergere una forma che sembra già esistere, ma nascosta.
E quando si arriva al marmo, lui non interviene subito. Lascia che siano gli allievi a sbozzarlo, a portarlo quasi a compimento, a renderlo apparentemente finito. Poi torna, ma solo alla fine, quando tutto sembra già definito. Ed è proprio lì che cambia tutto. Si chiude nel suo studio, lavora a lume di candela, spesso per giorni interi, in una solitudine che non è isolamento, ma necessità. Nessuno entra, nessuno osserva, perché quello è il momento più delicato.
Non si tratta più di costruire, ma di decidere. Decidere dove fermarsi, dove intervenire, dove lasciare che la materia resti materia e dove, invece, possa iniziare a sembrare qualcos’altro. È in questa fase che nasce quella superficie così particolare, quella pelle di marmo che non riflette soltanto la luce, ma la trattiene. Si racconta che utilizzasse composti a base di cere e oli, stesi e lavorati con pazienza, quasi come se stesse davvero accarezzando ciò che aveva creato.
Eppure Canova non è fatto solo di questo rigore quasi ossessivo.
C’è un’altra dimensione, più fragile, che attraversa tutta la sua vita. Le sue relazioni non arrivano mai davvero a compimento, gli amori si interrompono, le promesse restano sospese. Le persone entrano nella sua vita e poi ne escono, lasciando sempre qualcosa di irrisolto.
E viene naturale chiedersi se quella tensione che si percepisce nelle sue opere, quel senso di qualcosa che sta per accadere ma non accade mai, non abbia a che fare anche con questo. Come se la perfezione che cercava nel marmo fosse, in realtà, una risposta a ciò che nella vita continuava a sfuggirgli.
Nonostante questo, non è un uomo che si chiude.
Nel 1802 Pio VII lo nomina ispettore generale delle Belle Arti, affidandogli un ruolo che lo porta a diventare anche custode, guida, punto di riferimento per altri artisti. E quando il potere di Napoleone Bonaparte crolla, Canova compie una scelta che racconta molto del suo modo di vedere il mondo.
Si assume il compito di riportare in Italia le opere d’arte sottratte durante le campagne napoleoniche. Non è solo un incarico, ma una presa di posizione. Parte, tratta, insiste, e riesce a riportare a casa centinaia di capolavori.
In quel momento non è solo un artista. È qualcuno che sente che l’arte non appartiene a chi la possiede, ma a chi la riconosce.
Quando mi sono allontanata da quella statua, Parma è tornata lentamente. Le stanze, i corridoi, i suoni. Ma qualcosa era cambiato.
Perché ero entrata per Leonardo da Vinci, ma ne sono uscita con Antonio Canova. E con la sensazione che, a volte, la bellezza non sia qualcosa che si cerca, ma qualcosa che ci trova quando siamo pronti a fermarci davvero.
“Bisogna studiare il vero per giungere all’ideale.”
— Antonio Canova
Se ami quegli artisti che cercano la bellezza in modo diverso, più irregolare, più fragile, ne ho raccontato un altro qui… Amedeo Modigliani

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