Amedeo Modigliani è un artista che non si guarda soltanto: si attraversa.
Ci sono ritratti che riproducono, altri che interpretano. E poi ci sono quelli di Modigliani, che fanno qualcosa di più raro: ti leggono.
Gli occhi che lui lasciava vuoti non sono un’assenza: sono un mondo intero che tenta di emergere.
Forse è per questo che l’ho sempre amato.
Perché nei suoi sguardi io vedo tutto: malinconia, timidezza, dolcezza, desiderio, dignità.
E soprattutto una sincerità che non chiede il permesso di esistere.
Da anni inseguo le sue tracce.
A New York ho attraversato mezza città per vedere i suoi nudi, entrando nei musei come se stessi cercando una persona, non un quadro.
Quei corpi allungati, quella sensualità quieta, sembravano parlare in silenzio.
Poi è arrivata Parigi. E lì Modigliani è diventato presenza.
Ricordo quando, camminando per Montmartre, ho alzato gli occhi e ho visto l’insegna del Lapin Agile. Un istante, ma di quelli che attraversano: “Amedeo è passato proprio qui. Ha camminato dove sto camminando io.”
Una sovrapposizione di tempo e di passi.
E durante quello stesso viaggio sono andata anche alla sua tomba, nel cimitero di Père Lachaise. Una mattina grigia, una Parigi che respirava piano.
Ho camminato tra le lapidi finché non li ho trovati: Amedeo, Jeanne e il loro bambino mai nato. Tre vite che la storia aveva spezzato, tre destini che la morte aveva finalmente ricongiunto. Mi sono fermata a lungo davanti a quella pietra: semplice, timida, definitiva.In quel silenzio ho sentito tutto: il dolore, la tenerezza, e una pace che non dimenticherò.
Jeanne Hébuterne fu il grande amore di Modigliani. Diciannove anni, occhi limpidi, una dolcezza che non aveva bisogno di rumore. Lui la ritrasse decine di volte, con una delicatezza che sembrava protezione. Lei lo amò con una dedizione totale, nonostante la povertà, la malattia, gli amici che cercavano di salvarlo da se stesso. E quando Amedeo morì, Jeanne non sopravvisse alla distanza: si gettò dalla finestra incinta di nove mesi.
Per questo vederli lì, insieme, è stato come chiudere un cerchio che la vita aveva lasciato aperto.


Eppure in vita Modigliani non fu capito. Nel dicembre 1917, alla Galerie Berthe Weill, la sua mostra di nudi fu chiusa dopo poche ore: troppo reali, troppo veri, troppo “scandalosi”. La verità è che ciò che indignò davvero fu che Modigliani aveva dipinto i peli pubici, in un’epoca in cui era considerato indecoroso perfino nominarli. Lui non dipingeva la carne: dipingeva la vulnerabilità.
E la vulnerabilità spaventa molto più della provocazione.
Ma Amedeo aveva qualcosa che andava oltre l’arte. Aveva una presenza magnetica. Tutti, davvero tutti, rimanevano colpiti da lui: dalla sua eleganza un po’ decadente, dalla sua fragilità luminosa, dai modi gentili, dagli occhi che sembravano vedere più in profondità degli altri. Chiunque lo incontrasse ne usciva turbato. Non era solo bello: era intenso. Lasciava un’impressione che non si cancellava.
Ed è proprio da questo fascino che nasce il suo rapporto complesso con Picasso. Picasso difficilmente ammirava qualcuno, e ancora più difficilmente si lasciava intimidire. Eppure Modigliani, con quella capacità di rendere semplice ciò che è profondissimo, lo colpiva. Tra i due c’era rispetto, rivalità, un filo costante di confronto. Picasso costruiva mondi, Modigliani rivelava anime.
Due universi destinati a sfiorarsi, riconoscersi e respingersi.
Ripenso spesso a lui, a quella tomba silenziosa, agli occhi bianchi dei suoi ritratti.
E ogni volta torno alla stessa verità: Modigliani non ha salvato se stesso, ma ha salvato ciò che contava davvero. Ha salvato la sua visione, la sua delicatezza, la sua nudità interiore.
Ha salvato i suoi sogni.
E allora non posso che chiudere con le sue parole più vere, più necessarie, più sue:
“Il tuo unico dovere è salvare i tuoi sogni.”
— Amedeo Modigliani
E Amedeo lo ha fatto.
Per questo è ancora qui.

Lascia un commento