
Ci sono libri che si leggono seguendo una trama.
E poi ci sono libri che si attraversano come si attraversa un sogno.
Numi Confortevoli di Caterina Lazzarini appartiene a questa seconda categoria. È una raccolta di racconti in cui il confine tra realtà, mito e assurdo diventa così sottile da smettere quasi di esistere. Non c’è mai una frattura netta: tutto scivola lentamente dall’ordinario allo straordinario, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
È una sensazione curiosa quella che accompagna la lettura. Ci si muove tra personaggi, idee e situazioni che sembrano familiari, eppure continuamente attraversate da qualcosa di inatteso, come se sotto la superficie del quotidiano continuassero a vivere le storie più antiche.
In questo universo narrativo, anche le parole diventano materia viva. Non sono semplicemente strumenti per comunicare, ma qualcosa che può accumularsi, congelarsi, deteriorarsi. A un certo punto uno dei personaggi riflette proprio su questo misterioso ciclo delle parole:
“Proto sentiva crescere dentro di sé l’emozione della scoperta… freddo e silenzio dovevano per forza essere in relazione, doveva esserci un rapporto di causa-effetto.”
È un’idea sorprendente e quasi poetica: immaginare che il linguaggio, come ogni elemento naturale, abbia un suo equilibrio fragile. Che le parole possano perdersi, trasformarsi, smarrire il loro significato.
E forse non è un caso che, nel tentativo di comprendere il presente, il libro torni continuamente ai miti. Prometeo, Circe, Orfeo, Pigmalione: figure antiche che non vengono evocate per semplice erudizione, ma come strumenti per interrogare la nostra condizione. Uno dei racconti più suggestivi mette in scena proprio questa tensione tra razionalità e desiderio. Un professore, abituato a osservare il mondo con disciplina e distacco, arriva a percepire improvvisamente il limite della propria vita vissuta da spettatore.
“Forse era venuto il momento di lasciare la ‘finestra sul cortile’ da cui, ovunque si trovasse, aveva scelto di guardare gli altri vivere.”
È un’immagine potente. Racconta la condizione di chi ha costruito la propria esistenza sulla misura, sull’autocontrollo, sulla lucidità intellettuale… e scopre, improvvisamente, che osservare la vita non è lo stesso che viverla.
In queste pagine il mito diventa allora una possibilità di trasformazione. Pigmalione non è soltanto il creatore della statua che prende vita: diventa simbolo della capacità di reinventare sé stessi, di immaginare una forma nuova per il proprio destino.
È proprio qui che Numi Confortevoli trova uno dei suoi aspetti più interessanti: nel dialogo continuo tra antichità e presente. Non come esercizio colto, ma come promemoria. Perché certe domande non smettono mai di tornare.
Chi siamo davvero?
Quanto della nostra vita è scelta e quanto è abitudine?
E soprattutto: è ancora possibile cambiare direzione?
Il libro non cerca risposte definitive. Piuttosto lascia il lettore in una dimensione sospesa, come se la realtà fosse leggermente inclinata e sotto di essa si intravedessero ancora i miti, le storie e le domande più antiche.
Forse è proprio questo il motivo per cui alcune pagine restano.
Perché, una volta chiuso il libro, si ha la sensazione che quei racconti non fossero soltanto storie, ma piccole fenditure attraverso cui intravedere qualcosa di più profondo: il modo in cui gli esseri umani continuano, da millenni, a interrogarsi sul proprio posto nel mondo.
E forse la risposta non sta nell’altezza a cui proviamo a guardare, ma nel punto da cui partiamo.
“Tu hai desiderato di morire, quando hai perso tua moglie Euridice, ma ora, qui, nel cammino che ti ha condotto a noi, hai provato il rimpianto degli amici, delle cose a te care, la nostalgia della vita: tu sai guardare ancora al basso, noi guardiamo solo al sublime. Ma il cuore è nel centro delle cose tutte, e forse già lo hai compreso.”
— Numi Confortevoli, Caterina Lazzarini
Perché alcune storie non finiscono con l’ultima pagina. Restano.

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