Ci sono storie che non restano chiuse nei libri. Ritornano.
Cambiano forma.
Ma continuano a guardarci.
La prossima settimana, nella rubrica Pagine che Restano, parlerò di un libro che ha qualcosa di antico e inquieto. Qualcosa che non si lascia definire del tutto, ma che continua a muoversi tra ciò che crediamo e ciò che temiamo.
E allora mi sono chiesta da dove nasca davvero questa inquietudine. Non dalle storie. Ma da chi le ha incarnate. Dalle donne che, molto prima di diventare personaggi, sono state sussurrate, temute, raccontate. Donne sospese tra mito e realtà. Donne che abbiamo chiamato streghe.
E tra tutte, ce n’è una che non è stata bruciata.
Non è stata processata. Ma è diventata leggenda: Mother Shipton.


Si dice che sia nata intorno al 1488, a Knaresborough, nello Yorkshire, durante i primi anni della dinastia Tudor. In una grotta. E già questo basterebbe a capire che la sua storia, fin dall’inizio, non è solo storia.
È racconto.
La leggenda narra che fosse figlia di una giovane donna sola, Agatha Soothtell, e che il padre non fosse umano. Un’ombra, qualcosa che non poteva essere nominato senza paura. Ma le leggende servono anche a questo: a dare una forma a ciò che non si riesce a spiegare.
Se si prova a guardare oltre il racconto, resta una bambina nata ai margini, in un’Inghilterra in cui essere fuori norma significava essere osservati prima ancora di essere conosciuti. Il suo nome, probabilmente, era Ursula Southeil.
Cresce in un tempo in cui la paura della stregoneria non è ancora al culmine delle persecuzioni, ma è già presente come linguaggio. Un modo per definire ciò che sfugge. E Ursula, in quel contesto, diventa una figura che si distingue. Non per gesti. Ma per parole. Le si attribuisce la capacità di prevedere. E alcune di queste parole, vere o costruite, continuano a tornare.
Si dice che abbia annunciato la caduta del cardinale Wolsey, che abbia intravisto il destino della corona inglese sotto Elisabetta I, e che abbia parlato di un grande incendio destinato a divorare Londra molto tempo dopo la sua morte (1666).
Profezie che sembrano trovare un senso solo quando il tempo è già passato. E forse è proprio questo il punto. Perché prevedere il futuro non significa sempre guardare avanti. A volte significa essere riletti all’indietro.
Molte delle sue parole emergono infatti solo dopo la sua morte, avvenuta nel 1561. Raccolte, riscritte, adattate. E allora diventa difficile capire dove finisca la donna e dove inizi la leggenda.
Eppure, nella sua vita, c’è un elemento che rompe l’immagine della strega perseguitata. Ursula si sposa. Con un uomo, Tobias Shipton, e da quel momento prende il nome con cui verrà ricordata. Una vita che si inserisce, almeno in parte, nella comunità. Non completamente ai margini.
Non completamente accolta.
Ed è forse proprio questo equilibrio a renderla così difficile da definire. Non abbastanza per essere distrutta. Non abbastanza per essere compresa. Così resta in uno spazio sospeso. Quello in cui le storie prendono forma. Forse Madre Shipton non faceva paura per ciò che era. Ma per ciò che permetteva di immaginare. E allora darle un nome diventa necessario: strega.
Una parola che non spiega, ma contiene. Che trasforma una donna in una figura.
Una vita in un racconto. E col tempo, quel racconto cresce. Si modifica. Si adatta. Fino a diventare qualcosa che non appartiene più solo a chi è esistito davvero. Ma anche a chi ha avuto bisogno di raccontarlo.
Forse non è importante stabilire se Madre Shipton sia stata davvero una strega. Ma capire perché abbiamo continuato a raccontarla come tale. Perché alcune figure non sopravvivono per ciò che sono state. Ma per ciò che permettono di dire… E così continuano a tornare.
Nei libri.
Nelle storie.
Nelle pagine che leggiamo oggi.
Non come risposte. Ma come domande che non abbiamo ancora smesso di farci.
“Il passato non è mai morto. Non è nemmeno passato.”
— William Faulkner
Forse, più che capire chi fossero queste donne, dovremmo chiederci chi ha avuto il potere di raccontarle.
Uno sguardo diverso lo si incontra anche nella storia di Christine de Pizan, che ha scelto di scriversi da sola.

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