Ci sono libri che non si limitano a raccontare una storia, ma sembrano provenire da un tempo altro, e chiedono al lettore di rallentare, di ascoltare, di entrare in un ritmo diverso.

I tre esorcismi di Rafilina da Torrecuso di Giuseppe Franza è uno di questi.

Fin dalle prime pagine, ciò che colpisce è lo stile: una lingua che riecheggia il passato senza risultare artificiosa, ma anzi profondamente coerente con il mondo che costruisce. È una scrittura che non si concede fretta, che si attorciglia attorno ai pensieri, ai dialoghi, alle contraddizioni, e proprio per questo restituisce autenticità.

E poi c’è Rafilina: non una figura fragile, non una presenza da salvare, ma una donna che resiste, anche quando il mondo attorno a lei cerca di definirla, incasellarla, persino “curarla”. La sua forza non è urlata: è sottile, ostinata, quasi scomoda. E forse proprio per questo così reale.

Nel cuore del romanzo si muove un tema antico quanto l’uomo: il confine tra fede e paura, tra ciò che non comprendiamo e ciò che scegliamo di chiamare male. Gli esorcismi, allora, non sono soltanto rituali, ma diventano il riflesso di una società che ha bisogno di dare un nome a ciò che la destabilizza.

E mentre i personaggi discutono, credono, si contraddicono, emerge una domanda silenziosa: quanto di ciò che definiamo “oscurità” è davvero fuori da noi, e quanto invece nasce dentro?

Franza costruisce un mondo in cui la superstizione convive con la filosofia, in cui la religione si intreccia con l’ignoranza e con la paura, e in cui, paradossalmente, la voce più lucida rischia di essere quella considerata più pericolosa.

E attorno a Rafilina si muovono figure maschili che, più che guide, sembrano riflessi di un sistema già scritto. Anche laddove compaiono richiami al pensiero teologico, persino quello più alto, come quello di San Tommaso d’Aquino, non emerge una vera apertura, ma piuttosto un filtro attraverso cui leggere e giudicare. È come se la razionalità stessa, invece di liberare, finisse per irrigidirsi in schema. E così gli uomini non appaiono davvero antagonisti, ma strumenti: portatori inconsapevoli di un pregiudizio che precede loro stessi.

Ed è forse proprio qui che Rafilina diventa davvero scomoda, non perché rompe le regole, ma perché ne rivela la fragilità. Forse è questo uno degli aspetti che più restano: la sensazione che, nel corso della storia, siano spesso state le voci più lucide a essere fraintese. Non per ciò che erano, ma per ciò che mettevano in crisi.

E leggendo, diventa difficile non chiedersi quante Rafilina siano esistite davvero, e quante, semplicemente, non abbiamo mai imparato ad ascoltare.

Perché a volte non è chi grida di essere posseduto a inquietare davvero, ma chi smette di credere a ciò che tutti gli altri accettano senza domande. E forse, alla fine, questo libro non parla di esorcismi. Parla di libertà e del prezzo che si paga per pensarla davvero.

“Attento a dire ciò che pensi, se non sai pensare a ciò che dici.”


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *