Ci sono libri che raccontano una storia e altri che, quasi senza accorgersene, finiscono per raccontare un modo di stare al mondo. I confetti di Charlie di Giorgio Valerio Galli appartiene alla seconda categoria: è un romanzo che parla di fragilità senza trasformarla in debolezza, di solitudine senza idealizzarla e della difficoltà, forse ancora più grande, di accettare che non sempre possiamo salvarci da soli.

È una lettura che lascia addosso una strana mescolanza di malinconia e tenerezza, perché Charlie attraversa le pagine con quella goffaggine emotiva di chi sembra aver imparato molto bene a sopravvivere, ma decisamente meno bene a vivere. La sua esistenza si regge su equilibri apparentemente semplici. Poche persone, abitudini rassicuranti, una certa distanza dal resto del mondo e soprattutto la convinzione che conoscere i propri limiti sia il modo migliore per non farsi troppo male.

Poi arriva la malattia.

Ed è sufficiente questo per raccontare la premessa de I confetti di Charlie, perché ciò che accade dopo conta forse meno di quello che comincia ad accadere dentro di lui.

Charlie si trova costretto a fare i conti con un corpo che improvvisamente detta nuove regole e con una quotidianità nella quale quei confetti, le sue medicine, diventano insieme una necessità e il simbolo di qualcosa che vorrebbe continuamente dimenticare.

Ma Galli evita di trasformare il romanzo in un semplice racconto sulla malattia.

È stata una delle cose che ho apprezzato maggiormente.

Perché la malattia esiste, pesa e condiziona Charlie, ma non diventa mai tutto ciò che Charlie è. Attorno rimangono le sue insicurezze, l’università, le amicizie, la paura degli altri, un’ironia spesso utilizzata come scudo e quella capacità quasi esasperante di pensare troppo a qualsiasi cosa.

Ed è proprio la costruzione del protagonista uno degli elementi più riusciti del romanzo: Charlie non è necessariamente un personaggio facile da amare. A volte viene voglia di scuoterlo, altre di dirgli di smettere di analizzare qualsiasi cosa gli accada, altre ancora ci si ritrova invece sorprendentemente vicini a lui.

Perché dentro le sue contraddizioni c’è qualcosa di estremamente riconoscibile. Vuole essere lasciato in pace, ma vorrebbe essere ascoltato davvero. Cerca di non dipendere da nessuno, ma soffre quando si sente solo. Guarda gli altri con una certa superiorità e poi è il primo a sentirsi inferiore a tutti. E soprattutto cerca continuamente di proteggersi dalla vita restringendo il proprio spazio.

Tra le immagini del libro che mi sono rimaste maggiormente impresse c’è quella della farfalla dalle ali asimmetriche: un’ala grande, scura e appesantita e l’altra dorata, bellissima, ma troppo piccola per riuscire davvero a volare.

Charlie è un po’ quella farfalla.

Ed è forse per questo che, nonostante tutte le volte in cui riesce a risultare irritante, è difficile non provare qualcosa per lui.

Galli riesce inoltre a mantenere una certa leggerezza anche quando il romanzo affronta argomenti tutt’altro che leggeri. L’ironia di Charlie, i suoi pensieri e le associazioni spesso improbabili impediscono alla narrazione di diventare eccessivamente cupa.

E qui entra un altro elemento che personalmente ho apprezzato moltissimo: i riferimenti alla cultura degli anni Ottanta e Novanta. Non sono semplici citazioni disseminate qua e là per suscitare nostalgia. Libri, film e immaginari popolari diventano il vocabolario attraverso cui Charlie interpreta ciò che gli accade.

Quando una strada sembra trasformarsi nella palude di Mordor, nella sua testa non può essere Frodo e nemmeno l’impavido Sam: naturalmente è Artax, il cavallo de La storia infinita destinato a lasciarsi inghiottire dalle Paludi della Tristezza.

Ecco, questo crea con me un’immediata complicità.

Perché quei riferimenti producono immediatamente familiarità. Per chi è cresciuto con determinate storie non serve una lunga spiegazione: basta nominare Artax e una sensazione intera torna alla memoria. È quasi un codice generazionale, fatto di immagini che abbiamo conservato da qualche parte e che continuano ancora oggi a offrirci metafore per spiegare quello che sentiamo.

In questo senso, la cultura pop non è un ornamento del romanzo: è parte della voce di Charlie.

E contribuisce anche a rendere più sopportabile il peso di alcuni passaggi.

Il romanzo, infatti, diventa progressivamente più duro e pone Charlie davanti a qualcosa che trovo molto più interessante della semplice lotta contro la malattia: la responsabilità.

Essere fragili non significa essere innocenti.

Soffrire non impedisce di ferire gli altri.

E avere paura non cancella le conseguenze delle proprie azioni.

È probabilmente l’aspetto del libro che mi ha convinta di più, perché Galli non concede al suo protagonista una facile assoluzione. Charlie può essere vittima delle proprie paure e contemporaneamente responsabile delle proprie scelte. Può avere bisogno di comprensione senza che questo significhi giustificare tutto ciò che fa.

Anche il rapporto con Jim contribuisce molto a questa evoluzione. Charlie tende a considerarlo superficiale, quasi troppo semplice rispetto alla complessità con cui lui analizza ogni cosa. Eppure, quando conta davvero, è proprio Jim a dimostrare quanto possa essere concreta quella semplicità.

Fa quello che può. C’è.

E per una persona abituata a credere di dover affrontare tutto da sola, accettare che qualcuno possa esserci senza chiedere nulla in cambio diventa quasi rivoluzionario.

Non tutto, però, mi ha convinta allo stesso modo.

In alcuni momenti l’introspezione di Charlie tende a diventare molto insistita. Il suo continuo analizzare, tornare sui pensieri e sezionare ciò che prova è coerente con il personaggio, ma in alcuni passaggi rallenta il ritmo e finisce per ribadire emozioni che il lettore aveva già compreso. Avrei probabilmente preferito qualche momento in più in cui fossero i gesti o i silenzi a parlare al posto dei suoi pensieri.

È un limite che non compromette la lettura, anche perché nasce proprio da una delle caratteristiche più definite del romanzo: siamo quasi costantemente intrappolati nella testa di Charlie.

E forse dobbiamo sentirci un po’ soffocare anche noi.

Perché andando oltre la malattia, i confetti, l’università e tutto ciò che accade, credo che I confetti di Charlie parli soprattutto della paura.

La paura di soffrire.

Di essere giudicati.

Di aver bisogno degli altri.

Di sbagliare.

Ma anche della paura opposta e forse ancora più dolorosa: quella di accorgersi che, nel tentativo di proteggersi da tutto, si rischia di non vivere affatto.

Verso la fine compare una parola: Nankurunaisa.

L’idea che il tempo, accompagnato dal tentativo di fare ciò che è giusto, possa rimettere le cose al loro posto.

Non è la promessa semplicistica che tutto andrà bene. E credo sia proprio questo a renderla adatta alla storia di Charlie. Perché alcune cose non tornano come prima. Alcuni errori hanno conseguenze. Alcune ferite rimangono. E crescere non significa necessariamente diventare improvvisamente coraggiosi. Forse significa soltanto smettere di aspettare di non avere più paura per cominciare a vivere.

Alla fine, allora, quella farfalla dalle ali asimmetriche continua a sembrarmi l’immagine più bella con cui lasciare Charlie: imperfetta, sbilanciata, con un’ala troppo pesante e l’altra troppo fragile.

Ma ancora lì… E forse non occorre diventare perfetti per provare a volare.

A volte bisogna soltanto capire fin dove possiamo arrivare e avere il coraggio di partire da lì.

«Tutto ciò che conta è sapere quello che puoi o non puoi fare».


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