Oggi è il Giorno della Memoria.
E ogni anno, puntualmente, ritorna la stessa domanda: che senso ha ricordare, se il mondo continua a produrre violenza, persecuzioni, guerre, deportazioni?
Forse proprio per questo, oggi più che mai, è necessario parlare non di grandi strategie o di figure irreprensibili, ma di persone normali.
Di uomini e donne che non avevano un destino scritto da eroi, che avrebbero potuto girare la testa dall’altra parte, come facevano in molti, e che invece hanno scelto di non farlo, anche quando sarebbe stato più facile.
Raccontare oggi Giorgio Perlasca significa riportare la memoria nel presente, ricordarci che scegliere di non voltarsi resta ancora l’atto più difficile.
Prima di diventare ciò che la Storia avrebbe poi riconosciuto come un eroe, Giorgio Perlasca fu un uomo qualunque.
Nato a Como nel 1910, cresciuto in un’Italia attraversata dal consenso e dalla propaganda, aderì da giovane al fascismo, come molti della sua generazione. Partecipò alla guerra civile spagnola al fianco dei franchisti, più per un’idea generica di ordine che per una reale consapevolezza politica.
Non era un santo.
Non era un oppositore.
Era un uomo del suo tempo.
Ed è proprio questo a rendere la sua scelta decisiva.


Nel 1938, con l’introduzione delle leggi razziali in Italia, qualcosa si spezza. Perlasca rompe con il fascismo senza proclami, senza gesti clamorosi: semplicemente non ci si riconosce più. Durante la Seconda guerra mondiale si trova a Budapest come incaricato commerciale. Dopo l’8 settembre 1943 rifiuta di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e vive in una condizione di precarietà, protetto solo da un lasciapassare spagnolo ottenuto per i suoi trascorsi in Spagna.
Nell’ottobre del 1944 la situazione precipita definitivamente. Con l’avvento al potere del governo filo-nazista di Szálasi iniziano le persecuzioni sistematiche, le violenze e le deportazioni dei cittadini ungheresi di religione ebraica. Budapest diventa una città di rastrellamenti, marce forzate e fucilazioni lungo il Danubio.
Perlasca riesce con uno stratagemma a sfuggire al controllo sugli internati. Si nasconde prima presso alcuni conoscenti, poi trova rifugio all’interno dell’Ambasciata spagnola, dove inizia a collaborare con l’ambasciatore Ángel Sanz Briz. Quest’ultimo aveva già avviato un’azione di protezione rilasciando salvacondotti spagnoli ai cittadini ebrei ungheresi, sfruttando una normativa che riconosceva la cittadinanza agli ebrei sefarditi. Alla fine di novembre, però, Sanz Briz è costretto a lasciare l’Ungheria per non riconoscere il nuovo governo filo-nazista. È a quel punto che Perlasca compie il passo decisivo. Si presenta alle autorità come sostituto dell’ambasciatore spagnolo e regge di fatto, quasi da solo, l’Ambasciata. Senza alcun mandato ufficiale, continua a firmare documenti, a difendere le “case protette” lungo il Danubio, a trattare con ufficiali nazisti e milizie delle Croci Frecciate, sempre con il rischio concreto di essere scoperto. A tutto questo si aggiunge una difficoltà quotidiana e materiale: reperire viveri per le migliaia di persone rifugiate sotto la protezione spagnola.
Grazie a quella finzione ostinata, Perlasca riesce a impedire la deportazione di 5.218 persone, proteggendole fino all’arrivo dell’Armata Rossa, nel gennaio del 1945. Fatto brevemente prigioniero dai sovietici e liberato dopo pochi giorni, rientra infine in Italia. Qui conduce una vita del tutto normale, chiusa nella sua profonda riservatezza. Non racconta nulla di quanto ha fatto. Non agli amici, non ai colleghi, nemmeno alla sua famiglia.
Saranno alcune donne ebree ungheresi, salvate da lui, a rintracciarlo negli anni Ottanta. Solo allora la sua storia emergerà. Solo allora verrà riconosciuto come Giusto tra le Nazioni.
Giorgio Perlasca non ci rassicura.
Non ci dice che il bene è facile.
Ci ricorda, piuttosto, che anche le persone comuni hanno un momento in cui devono scegliere, e che girarsi dall’altra parte è sempre l’opzione più semplice.
La memoria serve a questo: non a raccontarci che il male appartiene al passato, ma che la responsabilità appartiene al presente.
“Chi salva una vita salva il mondo intero.“
— Talmud babilonese
In questo senso, la storia di Giorgio Perlasca dialoga naturalmente con quella di Rosa Luxemburg, già raccontata su Di Passione e di Secoli.
Rosa scelse di non tacere quando il silenzio era più sicuro. Perlasca scelse di non voltarsi quando sarebbe stato più facile farlo. Strade diverse, strumenti diversi, ma la stessa responsabilità individuale davanti all’ingiustizia. Perché la Storia non cambia solo con le grandi idee o con i grandi nomi, ma ogni volta che una persona normale decide, nel proprio tempo, da che parte stare.

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