
Ci sono libri che, prima ancora di cominciare, sembrano avvertirti che dovrai leggerli in un modo diverso. Che il libeccio faccia il mio gioco, di Luisa Aliotta, per me è stato uno di questi. È bastato trovare Fernando Pessoa sulla prima pagina, con quella sua dichiarazione così assoluta sulla vita trascorsa a sognare e sulla propria vita interiore, per farmi pensare immediatamente che quella che avevo davanti non sarebbe stata una lettura lineare. Pessoa ha un modo tutto suo di abitare il confine tra ciò che accade e ciò che accade dentro di noi e partire proprio da lui mi è sembrato quasi un avvertimento: probabilmente la realtà, in questo libro, non sarebbe bastata. Avrei dovuto accettare di perdermi un po’. Ed è stato proprio così.
Che il libeccio faccia il mio gioco vive su quella linea sottile che separa realtà, immaginazione, desiderio e parola. La protagonista osserva il mondo, ma soprattutto lo trasforma dentro di sé, lo interpreta, lo racconta, qualche volta lo sogna così intensamente che ciò che immagina sembra acquistare la stessa consistenza di ciò che vive. Ed è probabilmente proprio lei la ragione per cui questa lettura mi ha coinvolta tanto. Mi sono ritrovata nella protagonista in moltissimi piccoli particolari, più che nelle sue vicende o nelle sue scelte: nel rapporto quasi fisico con i libri, nella necessità di scrivere, nel cercare nelle parole un ordine quando quello che la circonda sembra non averne uno, persino in quella strana abitudine di vivere qualcosa e, contemporaneamente, iniziare già a raccontarselo.
Perché qui scrivere non significa semplicemente mettere delle parole su un foglio. Significa trattenere. Dare una forma a qualcosa che altrimenti rischierebbe di scomparire. Rendere dicibile ciò che nella vita non sempre sappiamo pronunciare. Ed è forse uno degli aspetti che ho sentito maggiormente miei. Nel romanzo tornano libri, lettere, pensieri affidati alla carta e sentimenti che faticano a trovare una voce fuori dalla pagina. La scrittura diventa così una sorta di territorio intermedio tra ciò che è realmente accaduto e ciò che avremmo voluto accadesse, tra quello che riusciamo a dire agli altri e quello che sappiamo confessare soltanto a noi stessi. Non è un caso che proprio i libri diventino depositari di quelle verità che nella vita rimangono spesso sospese.
E poi c’è lo sguardo. Forse uno degli elementi che più mi hanno fatto fermare durante la lettura. Perché c’è una differenza enorme tra essere guardati ed essere visti. La protagonista desidera, ama, immagina, ma sembra soprattutto cercare qualcuno capace di vederla davvero. Ed è qui che il sentimento raccontato da Aliotta diventa molto più interessante di una semplice storia d’amore: perché a volte ciò che cerchiamo nell’altro non è soltanto l’altro, ma l’immagine di noi che il suo sguardo riesce a restituirci. Essere visti significa, almeno per un momento, riuscire a vedere noi stessi attraverso qualcuno e forse è proprio per questo che certi sentimenti acquistano un potere così enorme. L’amore non viene raccontato come qualcosa di ordinato o necessariamente salvifico. È desiderio, proiezione, paura, bisogno, felicità e dolore; soprattutto è qualcosa che sfugge al tentativo di razionalizzarlo.
E in un romanzo così pieno di parole mi ha colpito moltissimo che uno dei personaggi che ho amato di più sia Garoto, che sembra ricordarci esattamente il contrario: non sempre servono. Il suo silenzio non è vuoto, anzi. È forse uno dei linguaggi più pieni del libro. Garoto osserva, aspetta, comunica senza bisogno di occupare lo spazio con la propria voce, e in lui ho trovato una delicatezza particolare. Anche il rapporto con Flavio mi è rimasto molto. Attraverso loro il romanzo allarga il proprio discorso sui sentimenti e ricorda che l’amore non coincide necessariamente con quello romantico. Esiste anche quella forma profondissima di amore che chiamiamo amicizia, fatta di presenza, complicità, gesti minuscoli e silenzi condivisi. Non ha bisogno di ripetersi per essere vera. Forse proprio perché, quando è autentica, sa esserci senza doverlo dichiarare.
Ed è qui che il titolo ha cominciato ad assumere per me un significato sempre più preciso. Il libeccio è vento: arriva, scompiglia, cambia la direzione delle cose e porta altrove ciò che incontra. Non possiamo decidere fino in fondo dove soffierà, esattamente come non possiamo stabilire chi amare, quanto amare o quale conseguenza avrà un sentimento nella nostra vita. Possiamo provare a comprenderlo, analizzarlo, affidarlo alla pagina, persino convincerci di conoscere già il finale della storia. Poi la vita arriva e ci sfila la penna dalle dita. Ed è forse questa l’immagine che più mi resta del romanzo: il confronto tra il desiderio di scrivere la propria esistenza e l’impossibilità di controllarne davvero la trama.
Che il libeccio faccia il mio gioco mi ha conquistata proprio per questo. Non perché mi abbia raccontato una storia nella quale riconoscermi completamente, ma perché mi ha restituito sensazioni, gesti, pensieri che conosco. Il bisogno di scrivere per capire, quello di rifugiarsi nei libri, la capacità dell’immaginazione di rendere immenso qualcosa che per gli altri potrebbe essere minuscolo, il desiderio di essere visti davvero e quella tendenza, tipica forse di chi ama profondamente le parole, a vivere certe cose due volte: una mentre accadono e un’altra quando proviamo a raccontarle. Avevo ragione, quindi, quando incontrando Pessoa alla prima pagina avevo pensato che non sarebbe stata una lettura lineare. E sono contenta che non lo sia stata. Perché alcuni libri non ci chiedono semplicemente di arrivare alla fine per sapere cosa succederà. Ci chiedono di attraversarli e, nel frattempo, trovare qualcosa che ci appartiene.
E tra tutte le frasi che ho sottolineato, ce n’è una che sceglierei per chiudere questa lettura, perché parla di libri ma, in fondo, racconta perfettamente anche il motivo per cui continuiamo a cercarci dentro le storie:
«Nei libri non si possono scrivere bugie, altrimenti nessuno li leggerebbe. Fra le pagine troverai le parole che le persone, nella loro vita, non riescono a urlare all’altro.»

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