La storia non è fatta solo di battaglie e potere: è fatta di passioni, di gesti che attraversano i secoli e rivelano l’animo umano dietro le armature e le corone. Il mio personaggio storico preferito, Cesare Borgia — il Valentino — è spesso ricordato come condottiero spietato e figlio di un papa controverso. Ma dietro quella fama si nascondeva un giovane uomo del Quattrocento che amava profondamente qualcosa di eterno: i cavalli.
Un amore che, per chi come me vive a Siena, assume un significato ancora più profondo. Qui il cavallo è simbolo di identità, coraggio e destino condiviso. Ed è proprio attraverso questa passione che la figura di Cesare Borgia ci appare più vicina, più viva, più vera.

A volte, la saggezza più profonda si trova nel battito di un cuore fedele o nel galoppo di un destriero che non conosce paura.
I cavalli non sono solo animali da corsa o da guerra: sono compagni preziosi, da amare e rispettare, testimoni silenziosi di chi siamo e di ciò che sogniamo di diventare.

Nell’agosto del 1492, Siena fu teatro di un episodio che racconta molto di questo legame. Durante il Palio alla lunga, il cavallo di Cesare Borgia corse “scosso”, cioè senza fantino, e vinse. Una vittoria straordinaria, ma subito contestata dal marchese di Mantova. Cesare, lungi dal restare in silenzio, scrisse personalmente al Concistoro di Siena per difendere l’onore del suo cavallo e il proprio. In quella lettera non parlava solo un nobile offeso, ma un uomo che vedeva nel cavallo un’estensione della propria dignità e del proprio valore.
Era una questione di identità, non di semplice competizione. Già in quelle parole si intravedeva la tempra del futuro Duca Valentino: la determinazione, l’orgoglio e la convinzione che nulla avvenga per caso, ma per merito e volontà.

Nel Rinascimento, il cavallo era simbolo di potere e prestigio. Le corse cittadine — da Siena a Firenze, da Ferrara a Roma — vedevano confrontarsi le grandi famiglie italiane: gli Este, i Malatesta, i Gonzaga, i Colonna, persino Lorenzo il Magnifico. Cesare Borgia non poteva mancare tra questi nomi: la sua scuderia era rinomata, con cavalli da corsa di razza orientale e iberica, destrieri da guerra e cavalli da parata con finimenti preziosi. Ogni animale raccontava qualcosa del suo padrone, della sua ambizione e della sua immagine pubblica.
Persino durante la sua fuga da Velletri, nel 1494, quando riuscì a sottrarsi al re di Francia Carlo VIII, Cesare non rinunciò ai suoi cavalli migliori: li portò con sé, consapevole che anche in un momento di crisi rappresentavano la sua forza, la sua libertà e il suo rango.
Negli anni seguenti, come Duca e condottiero, la sua cavalleria fu tra le più rispettate d’Italia. Un principe, dopotutto, si giudicava anche da come montava in sella.

Oggi, ogni volta che il Palio anima Piazza del Campo, rivedo in quei cavalli lo spirito di Cesare Borgia. Quella stessa passione che unisce l’uomo al suo destriero, la stessa consapevolezza che il galoppo di un cavallo può raccontare la storia di un’anima.
Cesare non era soltanto il figlio di un papa e un condottiero ambizioso: era un uomo che vedeva nel cavallo il riflesso della propria essenza — potenza, lealtà, libertà.
Forse per questo mi piace immaginarlo, oltre le battaglie e le congiure, mentre osserva il suo destriero lanciarsi al galoppo. In quella corsa, Cesare Borgia ritrovava se stesso.
E in fondo, anche noi, guardando un cavallo che corre, possiamo ritrovare un frammento del nostro destino.

“Io non saprei quali migliori precetti dare a un principe nuovo che quelli che ne sono stati osservati dal duca Valentino.”
— Niccolò Machiavelli, Il Principe


3 risposte a “Cesare Borgia e i cavalli: una passione che attraversa i secoli”

  1. Avatar Miranda
    Miranda

    Letto con grande interesse, scoperto nuove notizie .

  2. Avatar Simone
    Simone

    Non conoscevo questa ” seconda vita ” di Cesare Borgia. Spesso conosciuto per altro; molto interessante, è una bella ricerca storica

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *